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Personaggi della Rivoluzione

Gli erano appena spuntati i baffi quando fondò a L’Avana due giornali effimeri, “El diablo cojuelo” e “La patria libre”; e lo condannarono al carcere e ai lavori forzati, perché voleva l’indipendenza di Cuba, colonia della Spagna. Prima, ancora in piena infanzia, aveva voluto tradurre Shakespeare, e aveva incendiato parole, e aveva giurato vendetta davanti a uno schiavo negro appeso alla forca. Aveva indovinato, nei versi più precoci, che sarebbe morto a Cuba e per lei.

Dalla prigione lo spedirono in esilio. Non gli si sono cancellati i segni dei ferri sulle caviglie. Nessuno più patriota cubano di questo figlio di un sergente spagnolo delle colonie. Nessuno più bambino di questo esiliato curioso, che intensamente si stupisce e si indigna del mondo.

José Martí ha ventidue anni quando assiste, in Messico, alla prima manifestazione congiunta di studenti e lavoratori. I cappellai hanno dichiarato lo sciopero. Possono contare sulla solidarietà della Società Fratellanza e Costanza dei Parrucchieri, della Società Fraterna dei Rilegatori, dei tipografi, dei sarti e degli intellettuali operai dell’Idea. Contemporaneamente, prende il via il primo sciopero universitario, contro l’espulsione di tre studenti di medicina.

Martí organizza concerti a beneficio dei cappellai e nei suoi articoli descrive gli studenti, che marciano insieme agli operai per le strade di Città del Messico, tenendosi tutti sottobraccio, tutti vestiti a festa: Questa gioventù entusiasta, scrive, ha ragione. Ma anche se si sbagliasse, la ameremmo lo stesso.

da “MEMORIA DEL FUOCO” di Eduardo Galeano

All’alba del 26 di luglio, un pugno di ragazzi si lancia all’assalto della caserma Moncada. Armati di dignità e cubanità e di qualche schioppo per la caccia agli uccelli, si battono contro la dittatura di Fulgencio Batista e contro mezzo secolo di colonialismo camuffato da repubblica.

Alcuni, pochi, muoiono in combattimento, ma più di settanta sono finiti dall’esercito dopo una settimana di torture. I torturatori strappano gli occhi a Abel Santamaría e ad altri prigionieri.

Il capo della ribellione, catturato, pronuncia l’arringa della propria difesa. Fidel Castro ha la faccia di un uomo che dà tutto, che si dà tutto, senza chiedere niente in cambio. I giudici lo ascoltano, attoniti, senza perdere una parola, ma la sua parola non è per quelli baciati dagli dei: lui parla per quelli pisciati dal diavolo, e per loro, e in loro nome, spiega ciò che ha fatto.

Fidel rivendica l’antico diritto di ribellarsi al dispotismo:

– Quest’isola dovrà sprofondare in mare prima che acconsentiamo a essere schiavi di qualcuno…

Maestoso, scuote la testa come un albero. Accusa Batista e i suoi ufficiali, che hanno cambiato l’uniforme con il grembiule del macellaio. Ed espone il programma della rivoluzione. A cuba potrebbe esserci cibo e lavoro per tutti, e in abbondanza:

– No, questo non è inconcepibile…

da “MEMORIA DEL FUOCO” di Eduardo Galeano

Nella valle dell’Hombrito comandano i ribelli. Qui hanno installato un forno per il pane, una tipografia, che consiste in un vecchio ciclostile, e un consultorio medico in una capanna di un solo vano. Il Medico è Ernesto Guevara, detto il Che, che di argentino, oltre al soprannome, conserva certe abitudini come il mate e l’ironia. Pellegrino d’America, si unì alle forze di Fidel in Messico. Vi era finito dopo la caduta del Guatemala e si guadagnava da vivere facendo il fotografo, a un peso la foto, e vendendo santini della Madonna di Guadalupe.

Nel consultorio dell’Hombrito, il Che ha in cura una sfilza di bambini dalla pancia grossa, quasi nani, e ragazze vecchie, sciupate in pochi anni dai molti parti e dal poco cibo, e uomini che sono come pelli secche e vuote, perché la miseria sta trasformando ciascuno di loro nella mummia di se stesso.

L’anno scorso, quando la mitraglia falciò i guerriglieri appena sbarcati, il Che dovette scegliere tra una cassa di pallottole e una di medicine. Non poteva portarle tutte e due, e preferì la cassa di pallottole. Ora accarezza il vecchio fucile Thompson, che è l’unico ferro chirurgico nel quale crede davvero.

da “MEMORIA DEL FUOCO” di Eduardo Galeano

Passando come per magia attraverso bombardamenti e imboscate, le colonne raggiungono il centro dell’isola. Cuba resta divisa in due quando Camilo Cienfuegos si impadronisce della caserma di Yaguajay, dopo undici giorni di combattimenti, e il Che Guevara entra nella città di Santa Clara. La fulminante offensiva strappa a Batista metà del paese.

Camilo Cienfuegos è coraggioso e insaziabile. Combatte così da vicino che quando uccide afferra al volo il fucile del nemico, senza lasciargli toccare terra. Varie volte ha rischiato di morire sotto i colpi, e una volta ci è andato vicino per un capretto, per aver divorato un capretto intero dopo molto tempo che mangiava un giorno no e l’altro nemmeno.

Camilo ha barba e chioma da profeta biblico, ma non è un uomo severo o accigliato: ha un sorriso che si apre da orecchia a orecchia. L’impresa epica che più lo inorgoglisce è quella volta che ingannò un piccolo aereo militare, sulla sierra, versandosi addosso un bottiglione di iodio e sdraiandosi, fermo immobile, con le braccia in croce.

da “MEMORIA DEL FUOCO” di Eduardo Galeano

Il 31 agosto 1967, a Río Grande in Bolivia, una delazione portò all’annientamento del distaccamento guerrigliero diretto da Joaquín, che faceva parte dell’Esercito di Liberazione di Ernesto Che Guevara. Lì cadde la combattente argentina di origine tedesca Haydée Tamara Bunke Bider, conosciuta storicamente come Tania la Guerrigliera.
Aveva 29 anni, era nata il 19 novembre 1937 a Buenos Aires, da una famiglia comunista che era fuggita dal fascismo. L’audacia, l’impegno e la pratica sportiva sono state le caratteristiche più rilevanti della sua adolescenza. Otteneva buoni voti a scuola e tutti i professori le volevano bene. Era appassionata di letture, le piacevano molto le danze folcloristiche e la musica e imparò molto giovane a suonare il piano, l’acordeón e la chitarra.
Quando terminò il lungo periodo del nazismo la famiglia ritornò nella Repubblica Democratica Tedesca. Era l’anno 1952 e, insieme a suo fratello Olaf, studiò nella scuola di preparazione Clara Zetkin, dove affermò la sua coscienza politica e dove si specializzò a livello sportivo nel tiro a segno.
Nel 1956, a 18 anni, si trasferì a Berlino e iniziò a lavorare nel Ministero per gli Affari Esteri e successivamente nella Federazione della Gioventù Libera Tedesca. Divenne guida dei pionieri, entrò nell’Università Humbolt per studiare filosofia e lavorò come interprete di latinoamericani, rapporto che fece crescere il suo desiderio di ritornare nell’America Latina.
Era entusiasta della Rivoluzione cubana e provava ammirazione per Fidel Castro, Raúl Castro e Che Guevara.
Nel novembre del 1960 il Che visitò la RDT. La impressionò perché era un rivoluzionario latinoamericano, perché era argentino, perché era andato a lottare per Cuba, e lo accompagnò nella città di Lipsia dove tenne una riunione con studenti latinoamericani.
Giunse a Cuba il 12 maggio 1961, a 23 anni. Lavorò con delegazioni straniere in visita all’Istituto di Amicizia con i Popoli, al Ministero dell’Educazione, alla Federazione delle Donne Cubane, ai Comitati di Difesa della Rivoluzione.
Nel 1964 lasciò Cuba. Andò a coronare pienamente i suoi sogni di anni interi: lottare in altre terre del mondo dove ci fosse oppressione e miseria.
Un lungo, rischioso e complesso processo di apprendistato ha preceduto la sua entrata in Bolivia. L’obiettivo era di stabilire contatti all’interno delle forze armate e con la borghesia creola, viaggiare all’interno del paese, studiare la vita del minatore, del contadino, dell’operaio. E aspettare un contatto che le avrebbe indicato il momento dell’azione, della sua partecipazione alla lotta che si stava preparando.
Quando cominciarono ad arrivare in Bolivia i primi guerriglieri del Che, il suo lavoro divenne più dinamico e pericoloso. Il Che la nomina varie volte nel suo diario e sempre in relazione ad avvenimenti importanti. Lui l’aveva incaricata di svolgere compiti importanti a La Paz e in altri luoghi, ma circostanze impreviste e il suo desiderio di compiere la missione assegnata in un dato momento, la portarono a far parte del distaccamento. Il Che si lamentò del fatto che, essendo stata identificata dal nemico, andava perso il magnifico lavoro di due anni, pieni di sacrifici.
Il suo ruolo di combattente nella guerriglia costituisce per lei il più alto onore, il suo comportamento da soldato rivoluzionario è stato tanto esemplare quanto il suo lavoro clandestino. Di lei, avrebbe detto più tardi il Che apprendendo della sua morte, era come se gli fosse morto un figlio. Così era profondo l’affetto che sentiva per la ragazza dagli occhi verdi e dal sorriso allegro: la guerrigliera Tania, storia e leggenda per molti, in molte parti del mondo.